Ivana Burello, 1963, pittrice contemporanea.
Se dovessimo considerare, semplificando, il concetto di “imprinting” dell’antropologo K.Lorenz come una sorta di secondo codice genetico, quello che non ha radici nella chimica della materia bensì nella formazione dell’individuo-animale, e cioè in quella somma di esperienze e condizionamenti ricevuti nel primo periodo della vita, allora non potremo fare a meno di ammettere che Ivana Burello non avrebbe potuto fare, anzi essere, altro che un artista.
Così la Burello inizia a dipingere, per questo motivo ineluttabile, dapprima cercando di imitare il figurativismo della madre, vedutista veneziana, o di nature morte con fiori, più tardi prende lezioni di acquerello dal suo insegnante di educazione artistica alle scuole medie, Tavagnacco, poi dal pittore friulano Pittino.
Non ha nemmeno vent’anni che inizia a partecipare a mostre collettive in Friuli, successivamente a Parigi, Istanbul, New York, Philadelphia, e consegue una serie di riconoscimenti che la motivano fortemente nel suo successivo impegno, vince un concorso e viene premiata come giovane artista friulana a Roma nel 1987, in Campidoglio.
Ma già dai primi anni emerge prorompente la necessità di abbandonare il modello materno, quel rassicurante figurativismo perbenista, Ivana è ribelle, e riemerge dall’infanzia il gusto per l’astratto, il gestuale, quella cosa vista e forse non capita ma assimilata a Venezia, quando con lo zio aveva incontrato l’arte di Vedova.
Inizia a farsi un nome e partecipa a numerose manifestazione collettive e personali negli anni tra l’80 e il 90; incontra Rotella e Schifano (che la premia ad un concorso) di cui già apprezzava le opere. La sua istintività, tuttavia è ancora esuberante e in un certo senso priva di un metodo, allora studia, frequenta altri artisti, si appassiona all’opera dei Basaldella, Afro soprattutto, spesso osteggiato nel suo stesso territorio friulano, quanto apprezzato nel resto del mondo; un mito scomparso prematuramente ma che condiziona buona parte dei pittori nel secondo dopoguerra.
Per qualche anno apre una galleria d’arte a Udine, attività che le consente di avvicinarsi ancora di più al mercato trattando opere di artisti importanti, dai quali c’è sempre da attingere per poi rielaborare.
Nel suo lavoro, il percorso della Burello continua con l’assimilazione, accanto all’astrattismo, al gestuale, di certo espressionismo tedesco. Adora l’essenzialità di Mirò, il delirio e il caos di Pollok di Jones, e Dalì (più per il suo essere artista che per le opere in sé).
Nell’astrattismo della Burello il gesto, l’azione, si forma prima del pensiero, il colore arriva sulla tela d’impulso, con una tendenza alla sovrascrittura, a non fermarsi, talvolta all’eccesso; ma le opere migliori sono quelle in cui il furore, lo schizzo e la macchia si accompagnano alla pausa, il dripping alla campitura ampia (Afro insegna). Talvolta, nelle opere degli ultimi anni, di questo periodo maturo, il colore deflagra, scoppia endogenamente verso l’esterno. In altri casi vi è bisogno di pochi segni, spesso solo nero su bianco, poche gocce per dire qualcosa.
Parallelamente il percorso della Burello non si limita alle grandi tele, dove può spaziare con segni ampi e consentire al suo gesto maggiore libertà; lavora pure sul piccolo formato, partendo da materiali e supporti eterogenei, ritagli di giornale, fotografie, appunti, carte che presuppongono un approccio diverso, più contenuto, meno esuberante, più intimistico.
Da questa esperienza riaffiora l’esperienza nel ritratto, spesso condotto come mestiere, su commissione, per garantirsi il pane quotidiano, la possibilità di essere artista e fare quello che sente e le piace. Allora si affaccia al mondo della musica, dei suonatori, dell’improvvisazione: volti, ombre, silouette, rappresentate con pochi segni, scalfiti con graffiature.
Altre volte si concentra nel paesaggio: irriconoscibile, perché si tratta di un paesaggio interiore, che in un certo senso non rapresenta affatto: una sorta di luogo dell’anima, dove vengono elaborate anche esperienze contrastanti, spesso estreme, mai banali.
Quello che la Burello rappresenta, è.
N.Westrey
Un’energia pura si libera dalle opere della Burello.
Energia psichica, interiore, che deflagra con un’esplosione di colori, di segni, di spatolate gestuali, di materia viva, tersa e lucente.
L'’esigenza di rinnovarsi continuamene sta alla base della sua personalità. Questo la porta a confrontarsi con se stessa e con il suo operato alla ricerca di chiarimenti e di nuovi spunti creativi che corrispondano alla sua inquieta vitalità interiore che non trova appagamento in esteriori certezze, bensì nella consapevolezza del divenire delle cose. La sua pittura è priva di qualsiasi sovrastruttura di tipo razionale.
E’ invece pittura immediata ed istintiva di sentiti impulsi emotivi, è rapida creazione, è ispirazione improvvisa. Ma è anche disciplina pittorica che non lascia nulla al caso, è ricerca di rigore cromatico e compositivo, è evoluzione verso una sintesi espressiva che chiarifichi e renda visibile le conquistate tappe interiori. Il supporto pittorico di grandi dimensioni è quello più adatto a registrare i suoi movimenti pittorici rapidi e sicuri e la sua veemente gestualità che sembra provenire dall’intero suo corpo.(…)
Nelle dimensioni più contenute la sigla stilistica non cambia. Il colore però entra in relazione con interventi di carattere più segnico. La superficie pittorica presenta graffi, scritte, tratti cromatici dai quali fuoriesce, in certi casi, un dinamismo energico. Altre volte il senso di movimento si stempera in andamenti più musicali e anche la tavolozza raggiunge momenti di intensa luminosità. (…)
Le Carte e gli acetati costituiscono la tappa più recente della ricerca artistica della Burello.(…)
E’ ancora la necessità di continua chiarificazione della propria attività a condurre l'’artista nei percorsi della semplificazione sia formale che cromatica.
Necessità che è impulso continuo a proseguire per conoscere più profondamente se stessa attraverso il frutto della propria creazione.
Chiara Pecile

