Ivana Burello pittrice contemporanea è nata nel 1963 ad Udine nel nord est d’Italia. Se dovessimo considerare, semplificando, il concetto di  imprinting dell’antropologo K. Lorenz come una sorta di secondo codice genetico, quello che non ha radici nella chimica della materia bensì nella formazione dell’individuo-animale, e cioè in quella somma di esperienze e condizionamenti ricevuti nel primo periodo di vita, allora non potremo fare a meno di ammettere che Ivana Burello non avrebbe potuto fare, anzi essere, altro che un artista.

Nasce ad Udine, primogenita, in una famiglia attraversata da propensioni artistiche a vasto raggio; il fratello Giuseppe farà il fotografo, la sorella Lucia la scrittrice. La madre, originaria di Crespano del Grappa, proviene da un’agiata famiglia borghese veneta, è pittrice. Il padre, friulano, svolge l’attività di contabile presso il Ministero della Difesa, ha un passato da sportivo nell’ambiente del calcio. Ivana, forse come la maggior parte dei bambini è molto ricettiva, una spugna, assorbe tutto, probabilmente con la medesima inconscia propensione di voler essere come i genitori; di imitarne il modello, di essere gratificata dai loro riconoscimenti. La madre fa l’insegnante ma coltiva assiduamente la passione della pittura sin da giovane, in casa dipinge, un po’ sacrificata in una piccola stanza che la Burello descriverà poi come uno sgabuzzino, luogo magico e alchemico, dove lei inizia a provare curiosità verso colori e pennelli prima ancora che verso le bambole. Lo stanzino diventa il suo mondo, mentre accovacciata a terra osserva la madre dipingere, prende i suoi pennelli, traccia i primi segni, affascinata da quel mondo adulto e da questa madre artista. Dal padre eredita piuttosto quella componente del maschiaccio, e quindi gioca a pallone, in strada con gli amici.
La madre dipinge, fa parte del Gruppo “Circolo Arti Plastiche” di Udine, all’epoca unico centro di cultura al quale aderiscono, oltre ai famosi “dodici”, altri pittori, scrittori e critici d’arte friulani degli anni Sessanta che spesso li invita a casa. Frequenta inoltre il giro dei pittori a Venezia.
Ancora più interessanti, risultano per la piccola Ivana, le frequentazioni veneziane, dove la madre ha un fratello, Sergio Rigo, architetto, professore universitario e buon conoscente di Vedova, Santomaso, Pizzinato e altri. Lo zio talvolta porta con sé nelle visite presso gli atelier di questi artisti e lei ricorda ancora lo studio di Vedova, quello in cui operava prima di trasferirsi alle Zattere, vede il pittore “lanciare” i colori; e queste opere gestuali piene di materia che non raffigurano nulla di riconoscibile, risultano paradossalmente molto “vicine” a quella istintività che sembra affine al mondo del bambino, il bambino che traccia i primi segni con un gessetto sulla carta, prima ancora di cercare di disegnare qualcosa: una casa, un albero, la mamma..

Così la Burello inizia a dipingere, per questo motivo ineluttabile, dapprima cercando di imitare il figurativismo della madre, vedutista veneziana, o di nature morte con fiori, più tardi prende lezioni di acquerello dal suo insegnante di educazione artistica alle scuole medie, Tavagnacco, poi dal pittore friulano Pittino.

Creating

Non ha nemmeno vent’anni che inizia a partecipare a mostre collettive in Friuli-Venezia Giulia, successivamente a Parigi, Istanbul, New York, Philadelphia, e consegue una serie di riconoscimenti che la motivano fortemente nel suo successivo impegno, vince un concorso e viene premiata come giovane artista friulana a Roma nel 1987, in Campidoglio.
Ma già dai primi anni emerge prorompente la necessità di abbandonare il modello materno, quel rassicurante figurativismo perbenista, Ivana è ribelle, e riemerge dall’infanzia il gusto per l’astratto, il gestuale, quella cosa vista e forse non capita ma assimilata a Venezia, quando con lo zio aveva incontrato l’arte di Vedova.

La Burello è istintiva, passa da un estremo all’altro, una persona che in arte come nella vita si trova spesso a fare o essere ancora prima che a pensare. Si lancia nelle situazioni, senza paracadute, non è calcolatrice, forse vorrebbe esserlo, ma la sua natura è altra, l’impulso, la
trasgressione, un bisogno di differenziarsi dagli altri, anche narcisisticamente; il suo bisogno di diversità e la sua impazienza la conducono molto spesso a bruciare le tappe, anche nella vita.

Volevo a tutti i costi la forza di superare quella cosa reale

Inizia a farsi un nome e partecipa a numerose manifestazione collettive e personali negli anni tra l’80 e il 90; incontra Rotella e Schifano,che la premia ad un concorso. La sua istintività, tuttavia è ancora esuberante e in un certo senso priva di un metodo, allora studia, frequenta altri artisti, si appassiona all’opera dei Basaldella, Afro soprattutto. Nel suo lavoro, il percorso della Burello continua con l’assimilazione, accanto all’astrattismo, al gestuale, di certo espressionismo tedesco. Nell’astrattismo della Burello il gesto, l’azione, si forma prima del pensiero, il colore arriva sulla tela d’impulso, con una tendenza alla sovrascrittura, a non fermarsi, talvolta all’eccesso; ma le opere migliori sono quelle in cui il furore, lo schizzo e la macchia si accompagnano alla pausa, il dripping alla campitura ampia (Afro insegna). Talvolta, nelle opere degli ultimi anni, di questo periodo maturo, il colore deflagra, scoppia endogenamente verso l’esterno. In altri casi vi è bisogno di pochi segni, spesso solo nero su bianco, poche gocce per dire qualcosa.
Parallelamente il percorso della Burello non si limita alle grandi tele, dove può spaziare con segni ampi e consentire al suo gesto maggiore libertà; lavora pure sul piccolo formato, partendo da materiali e supporti eterogenei, ritagli di giornale, fotografie, appunti, carte che presuppongono un approccio diverso, più contenuto, meno esuberante, più intimistico.
Da questa esperienza riaffiora l’esperienza nel ritratto, spesso condotto come mestiere, su commissione.

Non posso, non posso, non posso interrompere la mia pittura. E’ passione, è voce! NON DEVO PENSARE…quando parla e pensa lei!

Allora si affaccia al mondo della musica, dei suonatori, dell’improvvisazione: volti, ombre, silouette, rappresentate con pochi segni, scalfiti con graffiature. Altre volte si concentra nel paesaggio: irriconoscibile, perché si tratta di un paesaggio interiore, che in un certo senso non rappresenta affatto: una sorta di luogo dell’anima, dove vengono elaborate anche esperienze contrastanti, spesso estreme, mai banali.
Quello che la Burello rappresenta, è.

N. Westrey